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Il caso Bruce Lahn

febbraio 13, 2014

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/06/17/un-gene-che-migliora.html

C’è un gene che migliora

Quando uno scienziato si convince di avere fatto un’ importante scoperta, in genere grida mentalmente «eureka!», brinda con i collaboratori e comincia a sognare il premio Nobel.

Nove mesi or sono Bruce Lahn, 37enne professore di genetica alla University of Chicago, credeva di stare vivendo uno di questi momenti magici, annunciando davanti a una platea di colleghi e studenti i risultati della sue ricerche nel campo del Dna: «Il cervello di alcuni popoli mostra segni di recente evoluzione, mentre quello di altri popoli no».

Presentata in simili termini, la scoperta potrebbe non sembrare particolarmente straordinaria, ma in verità, se accettata come valida dalla comunità scientifica, lo sarebbe eccome: equivale ad affermare, infatti, che l’ intelligenza dei popoli è una conseguenza della genetica, e che per questo motivo, in sostanza, americani, europei ed asiatici sono mediamente più intelligenti degli africani – ossia dei neri.

Eppure, invece di gridare «eureka!» e sognare il Nobel, oggi il professor Lahan ha abbandonato le ricerche in questo campo. Perché? Perché sono, dice, «troppo controverse». Riviste e siti Internet che promuovono la «supremazia della razza bianca» hanno rapidamente adottato i suoi studi come se fossero la prova che la più diffusa povertà e le maggiori piaghe sociali che affliggono i neri non dipendono da ingiustizia sociale o da cause esterne, bensì da fattori genetici.

Su un fronte opposto, contemporaneamente, autorevoli scienziati hanno aspramente criticato le tesi di Lahan, sostenendo che le differenze genetiche nello sviluppo del cervello da lui citate potrebbero non avere grande significato, e se lo hanno non c’ è niente che provi un legame con la maggiore o minore intelligenza dei popoli.

Insomma: da un lato lo studioso si sente strumentalizzato da movimenti razzisti, dall’ altro si sente accusato di inconsistenza scientifica. «Personalmente rimango convinto che la mia teoria sia valida», afferma Lahan, «ma al momento una "polizia del politicamente corretto" mi rende impossibile perseguire tale tipo di studi».

La questione, a cui il Wall Street Journal ha dedicato ieri due pagine, non è del tutto nuova. Nel 1994 un controverso best-seller americano, The Bell curve, aveva avanzato la teoria che i peggiori risultati colti dagli afroamericani nei test sul quoziente d’ intelligenza avevano una componente genetica e non erano solamente il risultato di uno svantaggio sociale.

La differenza è che Bruce Lahn può vantare titoli accademici e una reputazione che meritano, se non altro, più rispetto. Nato in Cina, che lasciò qualche anno prima della strage di Piazza Tienanmen dopo avere dato il suo sostegno al nascente movimento democratico cinese, è emigrato negli Stati Uniti, si è laureato ad Harvard, ha vinto una prestigiosa borsa di studio ed è diventato uno dei più giovani cattedratici della University of Chicago, dedicandosi allo studio delle conseguenze della genetica sullo sviluppo umano.

Come è noto, la scienza afferma che un piccolo gruppo di uomini, evolutisi dalle scimmie, lasciò l’ Africa centro-orientale all’ incirca 100 mila anni fa, penetrando lentamente in Europa e in Asia, continuando a dividersi fino a raggiungere ogni angolo della terra. Uno scopo della ricerca genetica è appunto quello di indagare come ognuno di questi gruppi si è evoluto dopo essersi separato dagli altri. In uno studio di questo tipo, ricercatori hanno scoperto che gli europei hanno una variazione genetica che permette loro di digerire il latte, mentre questa variazione è assai meno comune in Africa e in Asia, dove è assai diffusa l’ intolleranza ai latticini.

La teoria è che la variazione si è sparsa rapidamente tra gli europei dopo che essi cominciarono ad addomesticare animali da latte; e che la capacità di bere latte è diventata per questi popoli un vantaggio nutritivo.

Analogamente, studiando una comprovata correlazione tra le dimensioni del cervello e il quoziente d’ intelligenza (secondo cui più è grande il cervello più è alto il Q. I), il professor Lahn si è concentrato su due geni che si ritiene abbiano un ruolo nelle dimensioni del cervello. Il genetista ha scoperto che, nel corso di milioni di anni, questi due geni si sono più rapidamente evoluti nelle scimmie e negli uomini che in altre specie animali; quindi, esaminando il Dna di 1.184 persone di 59 diversi gruppi etnici, si è convinto che l’ evoluzione dei due geni è continuata anche in epoche recenti, per esempio circa 40 mila anni fa, all’ epoca dei primi graffiti nelle caverne dell’ uomo primitivo, e 5.800 anni fa, in coincidenza con lo sviluppo del linguaggio.

Lahn ha osservato che le due mutazioni genetiche sono avvenute principalmente al di fuori dell’ Africa, e da questo ha ricavato la sua teoria: l’ evoluzione dei geni rende il cervello più grande, dunque i popoli con questa caratteristica sono «geneticamente» più intelligenti di quelli che non ce l’hanno.

Pubblicata inizialmente sulla rivista Science, la sua scoperta ha suscitata un’ ondata di critiche e anche qualche sarcasmo. «Lahn è uno che ha fretta di diventare famoso», dice un suo collega al Wall Street Journal; un altro rammenta che anni fa Lahn cercò di dimostrare su base genetica il motivo per cui secondo lui «i cinesi sono noiosi». Resta da segnalare che, prima di abbandonare i suoi studi in materia, il professor Lahn ha effettuato un test per scoprire se il suo cervello possiede o meno i due geni sinonimo – a suo dire – dell’ intelligenza. L’ esperimento, pur non perfettamente riuscito, lo ha fatto propendere per il no. Ha preferito non ripeterlo.

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